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“Guida tu”

Quando “sto” con un uomo mi piace sentirmi completamente posseduta da lui.
 Posseduta e desiderata.  
Amo che il mio Lui prenda al mio posto quasi ogni decisione, con una devozione che nulla ha a che vedere con il triste zerbinare tipico delle donne innamorate, ma sempre in maniera erotica, sensuale, come un gioco.
Sesso.
Sesso fatto in quella maniera diversa, mentale, sottile che solo chi ama veramente questa raffinata arte è in grado di concepire, apprezzare ed esercitare.
Sesso che precede il sesso.
Non è possibile o quantomeno molto difficile passare il tempo con me in un modo che non sia scopare.
Anche se non si è nudi, anche se non si sta scopando.
Così quella sera, tra un messaggio hot e l’altro avevo reso il “mio” uomo partecipe della lunga preparazione cui mi stavo sottoponendo per lui.
Lo avevo dolcemente torturato permettendogli di scegliere -tramite foto e video- il vestito, le scarpe, gli accessori (un collarino d’oro, fine nella sua sottile ambiguità)..
Che avrei indossato per Lui.
Poi mi ero dedicata al trucco; il trucco sofisticato e curato, ma non pesante, 
il trucco da rovinare, quel trucco su cui più tardi avrebbe riversato il suo piacere.
 Il mascara che sarebbe colato, il rossetto che si sarebbe sbavato mentre -guardandolo negli occhi- mi sarei ingordamente cibata di lui, del suo cazzo.
 Il trucco su cui avrebbe eiaculato copiosamente, mentre io inginocchiata, obbediente, la lingua che sporgeva dalle labbra, avrei goduto di piacere riflesso.
Gli avevo permesso di curare, curarmi in ogni dettaglio. 
Crearmi, scegliere.
Fatta eccezione per l’intimo, di cui non avevo fatto menzione.

 Avevo fumato una sigaretta alla finestra, attendendo di vederlo arrivare poi, una volta scorta la sua auto, ero scesa. 
E salita.
 Mi aveva guardata per un istante breve e infinito.
Infinitamente effimero, come del resto -lo so- sono io e il mio “potere” poi mi aveva baciata sulle guance in segno di saluto.
 Le mie labbra dal suo viso erano scivolate sul collo, il mio olfatto si era inebriato di quel profumo delizioso, Terre d’Hermès, che mi piaceva tanto.
Avevo inspirato profondamente.
Poi mi ero inumidita le labbra e le avevo usate per sfiorare dolcemente il suo collo, la lingua per stuzzicare l’orecchio.
 Lui aveva messo in moto.
 Mentre continuavo ad annusarlo ed assaporarlo con ognuno dei miei sensi…
Mentre la mia mano già scorreva sui suoi pantaloni…
Anche la sua si faceva strada lungo le mie cosce.
Le avevo strette impercettibilmente per protrarre il momento in cui l’avrei sorpreso e poi le avevo nuovamente dischiuse.
La mia mano si era sovrapposta alla sua, guidandola.
Guidandola dolcemente in direzione del mio piacere.
 Alla scoperta della mia fica.

Laddove lui voleva, io volevo, entrambi desideravamo.

Laddove mi aveva trovata già bagnata e pronta, senza l’ostacolo delle mutandine.
 Aveva esternato un apprezzamento.
Un prevedibile apprezzamento che avevo tanto pregustato.
Impagabile nella sua prevedibilità.
 Quell’espressione che ogni uomo avrebbe avuto…
Impagabile nella sua unica irreplicabile scontatezza.

Assaporato.

Avevo assaporato anche quell’istante e poi avevo risposto con eguale (almeno per me) prevedibilità: mi ero scostata i capelli dal viso sistemandoli ordinatamente dietro le orecchie, mi ero chinata a sbottonare la patta dei pantaloni e mi ero accinta a prendere in bocca il suo cazzo delizioso mentre guidava, conscia che avrei suscitato in lui una sensazione unica e ambivalente, un raffinato gioco di equilibri tra la concentrazione necessaria per andare verso la nostra meta e quella adrenalinica e leggermente pericolosa, indispensabile invece per godere dell’edonismo dato dalla mia lingua e dalla mia bocca che si cimentavano nell’esplorazione del suo cazzo da me tanto anelato nei giorni e nelle ore precedenti il nostro incontro.

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Ode alla fellatio

Tra le cose che in assoluto amo di più, ovviamente tutte o quasi sottocategorie dei membri del sesso forte e dei loro…membri appunto, c’è la fellatio.
Dio quanto amo il sesso orale.
Quanto.
Oserei dire che, non di rado, prediligo assaggiare un uomo, con l’organo più usualmente associato a tal verbo in senso lato persino all’amore che provo nell’esserne riempita intimamente, vaginalmente.
Il sesso.
Sono profondamente innamorata degli uomini, questi dei, queste creature così forti, particolari, uniche, terribili.
La sincerità inevitabile e alle volte quasi morbosa con la quale la loro voglia e sessualità si manifesta, a differenza della nostra…più ambigua e meno esplicita.
Dio solo sa quanto, un’erezione mi faccia sentire bene, bella, desiderata.
Quanto, volgarmente, un cazzo duro sia per me un complimento superiore ad altri mille.
Fin da piccola (non che ora, ventenne mi consideri matura sia chiaro) ho sempre avuto la sensazione di essere diversa dalle altre ragazze. O quantomeno che loro per qualche motivo (ad oggi mi riuscirebbe semplice spiegare quale) si sentissero in dovere di celare la loro similitudine con me.
Ma l’argomento “la peggiore paura della ragazza media è lo stigma di troia” è ampio e poco eccitante, lo tratterò magari, in separata sede.
Lontano da quella profanità peccaminosa che per me è così sacra.
Così speciale, irrinunciabile.
Di rado mi sento così bella, così femmina, come quando esercito il mio “potere”, quando sfiorando un cazzo lo sento crescere ed indurirsi sotto il mio tocco.
Vorrei poter collezionare quei momenti, ne vorrei una playlist sensazionale (intesa come di sensazioni) da poter riascoltare a comando nei più svariati istanti.
Vorrei poterli risentire tutti, ogni volta che mi va.
La magia di quella virilità che, testimone della mia arte, aumenta sotto le mie dita.
Quegli sguardi.
 Sguardi a volte imploranti, a volte imperanti che mi dicono cosa anelano.
E io anelo a soddisfare, probabilmente in quel momento il piacere psicologico che sperimento è infinitamente superiore a quello di colui a cui mi dedico.
Sguardi.
Loro. Tuoi.
Miei.
I miei da mantenere il più a lungo possibile.
“Se non lo guardi succhi un cazzo, se lo guardi, succhi un uomo”.
Le mie labbra che scorrono lentamente, esalano leggeri respiri lungo l’asta, quell’asta che poi si apprestano a percorrere in tutta la sua interezza.
La bocca ancora chiusa, soffici baci.
Dopo;
La lingua.
Disegni leggeri fino alla cappella.
Lussuria, desiderio.
Poi di più, sempre più intenso, io non resisto più.
Lui forse potrebbe.
Assaggiarlo veramente.
La bocca umida, ingorda circonda la cappella.
La saliva che cola.
Magari sputo. 
Più ce n’è, meglio è.
Sempre di più.
Voglie, umori, liquidi, sospiri che si fondono.
Piacere.
Piacere nel dare piacere.
E vanità nel poterlo fare.
Avidamente.
Avidamente catturarne quanto più possibile.
La soddisfazione, per molte incomprensibile di riuscire a carpirlo tutto.
I conati e gli occhi che colano anch’essi come espressione di devozione.
“Nel sesso riemergono prepotentemente i ruoli naturali di dominante e dominato”.
E a me questo fa impazzire anche se capire chi sia davvero il dominante durante una fellatio non è poi così banale.
Fino in gola.
Lo voglio fino in gola.
No, non voglio più praticarti sesso orale, voglio che tu faccia l’amore/ scopi la mia bocca, la mia faccia.
Voglio nutrirmi di te.
Ti prego.
Nutrimi di te.
Voglio berti tutto. Completamente. Concedimelo, ti imploro.
O inonda il mio viso col tuo seme…
Così prezioso. Così delizioso.
E poi lasciami lì, a recuperare cupidamente con le dita quanto rimasto, per nutrirmene ancora
E ancora.
Dolce umiliazione.
Cibami di te.

(testo e immagini di proprietà di Veronica Franco)