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Ode alla fellatio

Tra le cose che in assoluto amo di più, ovviamente tutte o quasi sottocategorie dei membri del sesso forte e dei loro…membri appunto, c’è la fellatio.
Dio quanto amo il sesso orale.
Quanto.
Oserei dire che, non di rado, prediligo assaggiare un uomo, con l’organo più usualmente associato a tal verbo in senso lato persino all’amore che provo nell’esserne riempita intimamente, vaginalmente.
Il sesso.
Sono profondamente innamorata degli uomini, questi dei, queste creature così forti, particolari, uniche, terribili.
La sincerità inevitabile e alle volte quasi morbosa con la quale la loro voglia e sessualità si manifesta, a differenza della nostra…più ambigua e meno esplicita.
Dio solo sa quanto, un’erezione mi faccia sentire bene, bella, desiderata.
Quanto, volgarmente, un cazzo duro sia per me un complimento superiore ad altri mille.
Fin da piccola (non che ora, ventenne mi consideri matura sia chiaro) ho sempre avuto la sensazione di essere diversa dalle altre ragazze. O quantomeno che loro per qualche motivo (ad oggi mi riuscirebbe semplice spiegare quale) si sentissero in dovere di celare la loro similitudine con me.
Ma l’argomento “la peggiore paura della ragazza media è lo stigma di troia” è ampio e poco eccitante, lo tratterò magari, in separata sede.
Lontano da quella profanità peccaminosa che per me è così sacra.
Così speciale, irrinunciabile.
Di rado mi sento così bella, così femmina, come quando esercito il mio “potere”, quando sfiorando un cazzo lo sento crescere ed indurirsi sotto il mio tocco.
Vorrei poter collezionare quei momenti, ne vorrei una playlist sensazionale (intesa come di sensazioni) da poter riascoltare a comando nei più svariati istanti.
Vorrei poterli risentire tutti, ogni volta che mi va.
La magia di quella virilità che, testimone della mia arte, aumenta sotto le mie dita.
Quegli sguardi.
 Sguardi a volte imploranti, a volte imperanti che mi dicono cosa anelano.
E io anelo a soddisfare, probabilmente in quel momento il piacere psicologico che sperimento è infinitamente superiore a quello di colui a cui mi dedico.
Sguardi.
Loro. Tuoi.
Miei.
I miei da mantenere il più a lungo possibile.
“Se non lo guardi succhi un cazzo, se lo guardi, succhi un uomo”.
Le mie labbra che scorrono lentamente, esalano leggeri respiri lungo l’asta, quell’asta che poi si apprestano a percorrere in tutta la sua interezza.
La bocca ancora chiusa, soffici baci.
Dopo;
La lingua.
Disegni leggeri fino alla cappella.
Lussuria, desiderio.
Poi di più, sempre più intenso, io non resisto più.
Lui forse potrebbe.
Assaggiarlo veramente.
La bocca umida, ingorda circonda la cappella.
La saliva che cola.
Magari sputo. 
Più ce n’è, meglio è.
Sempre di più.
Voglie, umori, liquidi, sospiri che si fondono.
Piacere.
Piacere nel dare piacere.
E vanità nel poterlo fare.
Avidamente.
Avidamente catturarne quanto più possibile.
La soddisfazione, per molte incomprensibile di riuscire a carpirlo tutto.
I conati e gli occhi che colano anch’essi come espressione di devozione.
“Nel sesso riemergono prepotentemente i ruoli naturali di dominante e dominato”.
E a me questo fa impazzire anche se capire chi sia davvero il dominante durante una fellatio non è poi così banale.
Fino in gola.
Lo voglio fino in gola.
No, non voglio più praticarti sesso orale, voglio che tu faccia l’amore/ scopi la mia bocca, la mia faccia.
Voglio nutrirmi di te.
Ti prego.
Nutrimi di te.
Voglio berti tutto. Completamente. Concedimelo, ti imploro.
O inonda il mio viso col tuo seme…
Così prezioso. Così delizioso.
E poi lasciami lì, a recuperare cupidamente con le dita quanto rimasto, per nutrirmene ancora
E ancora.
Dolce umiliazione.
Cibami di te.

(testo e immagini di proprietà di Veronica Franco)